• Digital business ecosystem: modello innovativo di cooperazione tra Pmi

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    Che cosa accomuna Google e i distretti industriali emiliani? Può essere realizzato un Facebook o un Linkedin per le Pmi? Competizione e cooperazione possono coesistere?
    Queste domande, a prima lettura bizzarre e paradossali, hanno una risposta comune e affascinante: ecosistema digitale.

    Analizzando la struttura degli ecosistemi biologici e facendo un parallelismo con le dinamiche economiche, James Moore ha coniato il concetto di business ecosystem: come in natura esistono predatori, prede e specie che con la loro attività  favoriscono l´esistenza di altre specie, così nel mondo degli affari si possono ritrovare questi (e altri) ruoli.

    Il passo successivo è quello di immaginare che queste dinamiche e ruoli possano comparire anche nel mondo digitale: così si è arrivati a parlare di digital business ecosystem.

    Quando ho letto su PMI.it la notizia dell´ormai prossimo workshop finale del progetto PEARDROP, che si occupa proprio di promuovere l´idea di ecosistema in diversi contesti regionali, mi è sembrato giusto dedicare un post a questo tema ancora per certi versi “pionieristico”.

    Per un anno, infatti, ho avuto l´onore di costruire un pezzetto di PEARDROP, lavorando come ricercatore all´interno di CSP – Innovazione nelle ICT, il partner italiano del progetto.

    Quel che segue è dunque un approfondimento da un punto di vista privilegiato.

    L´obiettivo di PEARDROP è quello di promuovere una piattaforma digitale (come lo sono Linkedin o Facebook): il Digital Business Ecosystem.
    Sviluppata in Open Source grazie all´aiuto dell´omonimo progetto europeo, si rivolge alle Pmi (comprese le piccole softwarehouse) che desiderano implementare una serie di applicativi per la gestione del proprio business, pur non avendo la disponibilità  economica per acquistare le licenze di programmi business come SAP o di piattaforme per l´e-commerce.

    La strategia di promozione attuata in PEARDROP coinvolge non solo le imprese ma anche i decisori locali, le università  e i centri di ricerca di 5 regioni pilota in cui la piattaforma verrà  sperimentata.

    La difficoltà  maggiore è quella di dimostrare a ogni attore che un´attività  apparentemente svantaggiosa come la condivisione di conoscenza e informazioni, necessaria allo sviluppo ogni network reale o virtuale, può apportare benefici economici anche superiori rispetto ai modelli organizzativi tradizionali e “chiusi”.

    Spesso, infatti, le inefficienze si annidano non tanto all´interno di una singola impresa quanto lungo la filiera dei rapporti cliente-fornitore, proprio per la mancanza di informazioni e conoscenze tecniche specifiche che portano a un inevitabile allungamento dei tempi e aumento dei costi.

    Questi problemi possono essere risolti grazie all´adozione diffusa delle ICT, ma soprattutto grazie a un nuovo modo di intendere i processi produttivi, i rapporti commerciali con le altre imprese e con il mondo della ricerca, da cui possono provenire nuove conoscenze che contribuiscono in maniera determinante alla creazione di innovazioni.

    Con una metafora ironica ma illuminante, che io e Michela Garbarini (che tuttora si occupa del progetto) abbiamo condiviso, la strategia più efficace per far conoscere il Digital Business Ecosystem è quella di “promuovere non una marca di dentifricio specifica, ma il lavarsi i denti“.

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