• Conoscenza libera, ossia libero apprendimento?

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    La panacea dei mali del libero mercato, l’evoluzione dell’era della conoscenza con il “tutti connessi” ed un mare di informazioni generato e condiviso: forse potrebbero essere alcune queste sfaccettature della conoscenza libera.

    Una certezza dalla quale partire è che ormai il meccanismo non si fermerà  più e tutti gli attori implicati nella divulgazione del sapere dovranno rivedere il loro modo di gestire la conoscenza.
    Fra questi, il mondo dell’Istruzione, della Formazione e della Ricerca sono tra i più coinvolti dalla rivoluzione in atto.

    Per cercare di comporre i pezzi del puzzle, credo che un buon punto di partenza sia valutare il lavoro di chi qualche domanda e, forse, qualche risposta sta cercando di ricavarla.
    Il lavoro dell’OCSE, con sede a Parigi e 30 paesi che ne fanno parte, ha portato ad una visione di scenario che in quanto tale è uno strumento utile per una riflessione.


    Senza scendere nei particolari, lasciando la discussione aperta su quale tra i possibili scenari convince di più, credo che uno dei modelli possibili sia quello definito “Open networking“: una concezione dell’istruzione secondaria globale e aperta nella quale gli studenti siano liberi di modularizzare il proprio piano di studi e tracciare nel tempo il percorso dei rispettivi curricula.

    L’inglese come lingua franca, un modello di cooperazione e non di competizione tra le università , la ricerca accademica come motore del modello di sviluppo. Il driver è l’ICT (web oriented) con la componente fondamentale del basso costo per la veicolazione dei contenuti.

    In questo contesto il legame Impresa-Università  diventerà  sempre più importante perché la conoscenza non è solo quella pregressa ma è anche quella che deriva dalla ricerca che ovviamente ha i suoi costi.

    Sicuramente è utopistico pensare che i modelli di business si modificheranno velocemente ma rincuora vedere che sul tema dell’OER (Open Educational Resources) è nato l’OCW (Open Course Ware Consortium) che raggruppa diverse università  internazionali impegnate nel progetto.
    L’esempio più importante è quello del MIT (Massachusetts Institute of Technology) che dalla primavera del 2000 ha lanciato il suo OCW-Project aprendo l’accesso a moltissimi corsi.

    Il modello di business è basato sull’accesso via web ai contenuti, non tutti disponibili visto che nei corsi ci sono dei testi acquistabili online ed i costi, ovviamente ridotti, sono coperti dalle royalties sui libri venduti e dalle donazioni di aziende che partecipano al progetto.

    I vantaggi sono notevoli nella quantità  e anche nel numero degli attori coinvolti ma, se guardiamo al lato aziendale, il vantaggio nell’aderire a questi progetti per gli imprenditori consiste nel poter garantire ai propri dipendenti l’accesso ad una formazione personale altresì improponibile per i costi e per le risorse di tempo necessari.

    Infine una critica al sistema universitario italiano è che mentre attraverso il processo di Bologna si cerca il modo di “gestire” il lato culturale ed organizzativo di questa rivoluzione non si focalizza il fulcro: il libero scambio e, in ottica di mercato, la ricerca continua concertata con gli imprenditori.

    Un approfondimento sul caso del MIT e su come stia evolvendo la materia lo si può trovare scaricando gratuitamente il paper “Giving Knowledge for Free – The Emergence of Open Educational Resources” edito dall’OCSE.

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