• PMI e crisi: quali imprese resistono meglio

    sdabocconi

    Dal 2007 al 2013, la crisi ha fatto chiudere il 15,9% delle PMI italiane (oltre 8.800) ma in compenso le 48mila sopravvissute hanno registrato in questi anni una crescita del 26%: è il duplice effetto della congiuntura economica sul sistema delle piccole e medie imprese misurato dall’Osservatorio sulla competitività delle PMI di SDA Bocconi.

    L’indagine prende in considerazione le PMI con fatturato fra i 5 e i 50 milioni di euro: nel 2007 erano 55.709, delle quali 8.841 (il 15,9%) ha cessato di esistere entro il 2013. Rapportate al totale delle aziende italiane, le PMI rappresentate dall’indagine costituiscono solo il 6,1%, ma producono il 39% del PIL e occupano 2.291.000 persone. Le chiusure hanno bruciato 120 miliardi di euro di fatturato e 405.317 posti di lavoro.

    Le PMI che hanno resistito e sono sopravvissute alla crisi hanno registrato una crescita media del 4,8% l’anno, pari al 26% nell’intero periodo dal 2007 al 2012. In generale, quelle che hanno registrato performance milgiori sono caratterizzate da strutture proprietarie più concentrate, mentre le imprese più piccole (fra i 5 e i 10 milioni di fatturato) sono state più redditizie, ma hanno una struttura patrimoniale più debole.

    => Come proteggere le PMI dalla recessione

    Emerge un 2,5% di PMI, in tutto 1.165 aziende, che hanno realizzato performance sempre superiori alla media, con un tasso di crescita medio del 12,4% (circa due volte e mezzo quello degli altri) e redditività operativa sempre doppia rispetto al resto delle pmi: imprese di successo, localizzate soprattutto in Veneto, Emilia-Romagna, Piemonte e Liguria, con dimensioni superiori alla media e una storia più lunga alle spalle. I settori più rappresentati sono il commercio all’ingrosso e il manifatturiero (meccanica, alimentari e bevande e chimico-farmaceutico in testa).

    Altro elemento che risulta, segni crescenti di tensione finanziaria. Le imprese con un’ottima capacità di ripagare il debito (rapporto fra posizione finanziaria netta ed Ebitda inferiore a 1,5), sono passate dal 26,7% al 21,3%, mentre quelle in chiara difficoltà finanziaria (rapporto superiore a 7,5) sono cresciute dal 17,1% al 26,3%. Il periodo di pay-back del debito si è allungato di circa un anno e mezzo. Nel 2012, per la prima volta, le pmi hanno ridotto gli investimenti, per ridurre il debito bancario. Una boccata d’ossigeno arriva dai tassi, che sono diminuiti, ma se anche dovessero tornare ai livelli del 2008, avverte Federico Visconti, responsabile dell’Osservatorio, «il costo in termini di maggiori oneri sul debito salirebbe di circa 3,7 miliardi di euro».

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