• Internazionalizzazione e investimenti, dai BRICS ai MINT

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    Pensate che le economie emergenti del pianeta siano Brasile, Russia, India e Cina, ovvero i cosiddetti BRIC, che aggiungendo il Sudfarica diventano BRICS? Non siete aggiornati: le nuove analisi ritengono Messico, Indonesia, Nigeria e Turchia le vere le economie del futuro. C’è anche un nuovo acronimo per definirle: MINT. Il termine è stato proposto dall’economista che nel 2001 battezzò i BRIC, Jim O’Neill, ex chief economist della Goldman Sachs, in occasione del workshop Ambrosetti a Cernobbio di inizio aprile.

    Ebbene, le quattro economie BRIC continuano a fare la parte del leone negli scenari previsionali dei prossimi anni, ma ormai più che emergenti si potrebbero definire paesi in pieno boom.

    => Scenari d’impresa, il boom delle economie emergenti

    I grafici FMI e Edymar presentati da O’Neill sugli equilibri economici al 2020 vedono la Cina protagonista con il 23% del PIL mondiale, seguita da Usa (distanziati al 13%) e India 8%. Seguono Brasile 4%, Giappone e Russia, entrambi al 3%. In pratica, quattro BRIC sono nelle prime sei posizioni insieme a Usa e Giappone: non sfugge la totale assenza di economie europee.

    Le successive posizioni, invece, sono occupate da Indonesia, che al pari di Giappone e Russia produrrà il 3% del PIL mondiale, e dal Messico al 2%, solo le ultime due posizioni della top ten vedono un ingresso europeo, con Gran Bretagna e Germania, entrambe al 2%.

    I nuovi protagonisti dei prossimi decenni, diciamo i futuri giganti, sono dunque  Messico, Indonesia, Nigeria e Turchia. Dunque, queste potrebbero  essere le migliori frontiere per chi vuole investire sui mercati internazionali.

    Attenzione, però, gli economisti in realtà sulle previsioni a lungo termine non sono tutti d’accordo.Esistono teorie che vedono un rallentamento dei paesi emergenti, in nome del cosiddetto re-shoring, il fenomeno che dovrebbe segnare un ritorno della produzione soprattutto manifatturiera, largamente emigrata in Asia, negli Stati Uniti. Cause: il costo della manodopera sta salendo, i prezzi dell’energia pure, la produttività resta bassa. Altre teorie puntano invece sul nearshoring, ovvero sui mercati più a basso costo ma vicini a quelli d’origine.

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