• Un nuovo modello operativo per le Pmi

    Un nuovo modello operativo per le PmiTendenzialmente le piccole e medie imprese sono ancora gestite in toto o quasi dalla “proprietà ”, ossia da un proprietario-imprenditore-manager, che accentra in sé le varie funzioni dirigenziali occupandosi delle problematiche della produzione: apparecchiature aziendali, rapporti con dipendenti, fornitori e banche, ecc.

    Certo, è possibile che ci siano risorse designate a coadiuvare la proprietà , ma tutto fa comunque capo ad essa: non ci sono deroghe in un modello operativo in cui tutto è rigorosamente centralizzato nelle mani della proprietà .

    Questo modello sta però oggi palesando dei limiti, messo sotto pressione dalle evoluzioni che hanno reso decisamente più complesso che in passato il mondo del lavoro.

    Di queste evoluzioni si è detto e scritto molto e tra le altre cose, si potrebbe far riferimento anche al fatto che la concorrenza sui mercati si è fatta spietata, tanto è che è ormai dimenticata quella rassicurante consapevolezza di sapore “vetero-industriale” che i prodotti o i servizi offerti potessero comunque conquistare uno spazio sul mercato.

    Per vincere la competizione economica, le aziende sono allora spinte a produrre a costi sempre più bassi o a inseguire la qualità , piuttosto che a inventare soluzioni innovative che possano rivelarsi proficue.
    Da più parti si sostiene anche l´idea che associarsi in gruppi possa rappresentare la soluzione in grado di permettere alle Pmi di acquisire un potere economico tale da riuscire a penetrare in maniera incisiva i mercati globali.

    Parallelamente alla crescita della concorrenza tra le aziende si potrebbe menzionare anche l’acuirsi delle tensioni sociali, che rispetto all’epoca delle grandi rivendicazioni sindacali emanano da una base più amplia ed al contempo più frastagliata.

    Un’ulteriore fattore che vale la pena di richiamare è anche lo sviluppo tecnologico: con una frequenza senza precedenti nella storia, vengono infatti inventati, collaudati e introdotti nel mondo produttivo macchinari sempre più mirati e sofisticati, che esigono una presenza costante nelle aziende di personale iper-specializzato – o quantomeno un supporto continuo di consulenti con una professionalità  ad hoc.

    Uno dei risultati più evidenti di queste evoluzioni è che i proprietari d’azienda si trovano a dover gestire oggi problemi sempre più complessi, e su un numero di fronti decisamente più ampio rispetto al passato.
    Gli attuali affanni delle Pmi sono un portato anche della loro comprensibile incapacità  di farlo: per quanto bravo, preparato ed esperto possa essere un imprenditore, la complessità  da affrontare è tanto grande che è irragionevole pensare che possa ancora dirigere tutta l´attività  aziendale da solo.

    Forse è il momento di pensare ad un nuovo modello operativo per le piccole e medie imprese.
    Si potrebbe prospettare per esempio la progressiva introduzione anche nelle Pmi di uno strato intermedio di amministratori che, forti di competenze specifiche (economiche, ingegneristiche o giuslavoristiche piuttosto che altro), vengano chiamati ad operare nell´azienda in nome e per conto della proprietà .

    Evidentemente, provare a percorrere una strada di questo tipo significherebbe per le Pmi svoltare con decisione verso la managerialità .

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    Commenti

    1. qualche tempo fa ho scritto un articolo sulla responsabilità  condivisa, ovvero sul concetto di accountability.

    2. Marco dice:

      “Forse è il momento di pensare ad un nuovo modello operativo per le piccole e medie imprese”.
      “Si potrebbe prospettare…”

      L’autore fa un’analisi ineccepibile, ma propone una tesi “senza fare i conti con l’oste”.

      Se la tradizionale PMI versa oggi in difficoltà , questo anche si deve a quel tipo di modello imprenditoriale e di imprenditore.

      Ho visto molti di questi imprenditori giungere al limite del baratro, alcuni cadendoci dentro assieme a tutto il loro “orgoglio”, altri arrampicandosi alla ricerca di “miracolosi” interventi consulenziali, altri ancora affidandosi ad un manager esterno ma volendo tenere “il naso dentro”, altri affidandosi ad un manager esterno libero di ristrutturare e salvo poi “ritornare in sella” non appena si intravede uno spiraglio, altri rinnovandosi seriamente verso un management esterno.
      Questi ultimi sono sono purtroppo ancora un’esigua minoranza.

      Devo purtroppo ammettere che, per esperienza, ancora molti “cadaveri” dovranno passare lungo il fiume prima che davvero la PMI muti significativamente il proprio modello di gestione.

    3. Ciro Gentile dice:

      Nonostante il tempo trascorso dala sua pubblicazione, questo articolo mantiene il suo interesse. Grande condivisione ho, invece, per il commento di Marco. Naturalmente sarebbe importante capire di quale PMI stiamo parlando: non credo quella così definita dall’UE che agli occhi dei “semplici” non è poi così piccola. Penso che, in realtà , stiamo parlando specialmente della micro impresa dove l’imprenditore crede di avere tutto sotto controllo a vista e non sempre si accorge che la sua vista non giunge a tutto. Anzi qualche volta è daltonica, miope o astigmata! Pensa in totale buona fede – e qui sta il difficile – che quella sia la realtà : non ha uno specchio in cui vedesi così com’è. Non crede operativamente che anche l’imprenditore è un “animale sociale”.
      Che fare?? Questo è un altro discorso che andrà  fatto e rifatto in un altro momento. Quanche idea è da tempo che “gira” fra la businnes comunity: occorrerà  ricordarla prima o poi. Meglio prima!

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