• Progettazione e consulenze IT: professionalità  in discussione…

    Consulenze ITCi sono cose che non capisco, che sfuggono alla mia logica: non che le mie capacità  di ragionamento siano particolarmente eccelse, tuttavia ritengo che il comune buonsenso, di cui tutti siamo dotati, sia parte del sottoscritto.

    Per esempio, quando vado al ristorante tendo a fidarmi del giudizio professionale espresso dal cameriere nello scegliere il vino adatto al pasto e, analogamente, quando vado dal medico non metto in dubbio la sua competenza nel prescrivermi esami o cure.
    Ma allora perché, quando sottopongo un progetto informatico e suggerisco la più efficace soluzione da adottare dall´altra parte c´è immancabilmente chi si sente in dovere di proporre un altro linguaggio, una diversa architettura, una soluzione alternativa?

    Attenzione, non è una cosa accaduta solo a me, è piuttosto uno scenario decisamente diffuso.
    Perché non si accetta che, dall´altra parte, ci sia un professionista che si è costruito un bagaglio di competenze in anni di studio e lavoro? Perché in ambito informatico c´è questa sorta di diffidenza congenita che fa sì che anche chi si dichiara esplicitamente ignorante in materia abbia la tendenza innata a confutare tesi e proposte?
    E non sto parlando di budget ma solo di contenuti, di aspetti strettamente tecnici!

    Questo comportamento, oltre a indisporre chi si sente messo in discussione, conduce inevitabilmente a doversi immergere in inutili e complesse spiegazioni tecniche per motivare (quasi fosse una giustificazione) la propria proposta.

    Alcune settimane or sono, una società  mi ha consultato per la realizzazione di un progetto di “gestione ordini“. Il progetto non necessitava di competenze particolarmente spinte e nemmeno richiedeva un investimento particolarmente oneroso, né in risorse economiche né di tempo.
    Eppure, alla fine della “tenzone” la soluzione da me proposta non è stata adottata: il manager ha preferito adottare un linguaggio di scripting.
    Assolutamente inutile tentare di spiegare i motivi che mi vedevano contrario (difficoltà  nel testing, difficoltà  di evoluzione dei servizi, scarsa manutenibilità ), e altrettanto inutile aspettarsi motivazioni sul perché della scelta: “abbiamo già  altre applicazioni realizzate nello stesso modo”.

    Ho poi verificato che le “altre applicazioni” erano molto più piccole (rubriche, fatture, etc.) e isolate, mentre quella in oggetto andava distribuita per integrarla con un sistema di più ampio respiro e l´architettura adottata richiedeva una maggiore solidità  in fase di sviluppo, proprio a partire dagli strumenti da impiegare.
    Ma tanto la scelta era già  stata presa, e quindi così è stato fatto!

    Mi viene spontaneo chiedermi se si tratta di un atteggiamento diffuso a livello mondiale o europeo oppure se si tratta di una delle tante sindromi tutte nostrane:

    “Italiani, un popolo di santi, navigatori, allenatori ed (ora) informatici”.

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    Commenti

    1. Mario Massarotti dice:

      Chissà … è un bell’interrogativo! In ogni caso si dice che tutto il mondo è paese. Quando ero consulente per il management per conto di un’altra azienda avevo di fronte imprenditori che comunicavano di soffrire tutti i problemi di questo mondo e quando suggerivo la soluzione (tra le pochissime possibili) potevo anche non trovare accoglienza, anzi, addirittura diventavano ostili. Succede un po’ in ogni campo, questo è meglio che lo sappiamo… Anche io mi sono chiesto da cosa possa dipendere. Una risposta l’ho trovata: da noi stessi. Tuttora esamino per bene la mia coscienza e mi persuado a capire come e perchè, talvolta, mi sono posto male non riuscendo a capire le reali esigenze dell’interlocutore. Guarda, il discorso è tanto sottile quanto forte. Tu stesso ti guarderesti bene dall’ascoltare il primo che ti viene a proporre la soluzione ad un tuo problema. Molto probabilmente dovremmo chiederci spesso cosa potrebbe indurci ad accoglierle positivamente: l’atteggiamento? La disponibilità  all’ascolto empatico? Il feeling? Non so… forse, per assurdo, la preparazione tecnica viene per ultimo.

      Ciao

    2. giulio dice:

      Penso che tutto ciò derivi da una mancanza di professionalità  e conoscenza. Così che tutti si improvvisano informatici o meglio tutologi informatici.
      Basta pensare al nome del percorso di studi universitario ovvero Scienze dell’ Informazione. Informazione?! Mah.
      Oppure lo stesso ordine degli ingegneri che nella sezione C include un po tutti, anche i non Ingegneri.
      Nella scala Iso/Osi, struttura “sacra” per chi fa dei sistemi informatici la propria ragion di vita, il livello applicazione è l’ultimo e qui se non oltre si trovano gli utenti o clienti. Spesso le soluzioni da loro chieste sono contro logica professionale, questo perchè cercano strutture o applicativi economici che risolvono solo il problema o bisogno senza pensare però ad altri fattori come il CTO e la riusabilità , fenomeni che garantiscono la verà  economicità  e efficienza a lungo termine del sistema.
      Questo è un problema diffuso e sta ai professionisti far capire cosa significa la parola informatica e specializzazione, facendo luce sulla parte progettuale e sistemistica, nonche legislativa.
      Saluti.
      Dottore in Ingegneria Elettronica.

    3. Vito Madaio dice:

      In passato, sono cascato anch’io in questi tranelli, ma vi posso assicurare che si può anche vincere.
      Coloro che si dichiarano “ignoranti di informatica”, in realtà , sono i veri nemici dell’informatica, perchè in pratica ne vorrebbero una alla loro portata “per ignoranti”. Come affrontarli ?
      L’unico modo per incastrarli è costringerli a parlare soltanto del loro problema applicativo (la loro esigenza) e non della soluzione tecnica, men che mai di linguaggi o sistemi. Che ci parli a fare con un “ignorante” per sua ammissione? Se ci fate caso, si tratta sempre di soggetti che alzano la voce, emettono giudizi trancianti, hanno fretta e pur parlando a sproposito, sostengono anche di non aver tempo da perdere con queste sciocchezze…. e intando prendono decisioni su argomenti che non conoscono!
      Questi soggetti vanno aggirati e non presi di petto, perchè spesso sono coalizzati o rappresentano il potere. Bisogna parlare il loro linguaggio limitatamente a funzionalità  e budget; concordare una soluzione funzionale, e dopo, ma molto dopo, parlare di architetture informatiche e strumenti teconologici. Le due cose sono nettamente separate, e allora perchè farle cincischiare da uno che non ne comprede il significato? Da informatici, mettersi a parlare con un sedicente “ignorante” è come parlare della nazionale di calcio al bar con il primo venuto.
      In molti abbiamo commesso questo errore, facendone amaramente le spese. Bisogna ammettere che la partita non è equa, perciò bisogna spostarla su un altro tavolo se si vuole superare lo scoglio. Fortunatamente, oggi anche l’informatico può sfruttare buone tecniche di comunicazione per orientare la discussione e le scelte appriopriate senza sempre soccombere agli “ignoranti” che purtroppo continuano a replicarsi.
      Gli informatici hanno bisogno di esplodere in senso dialettico, separando gli argomenti in funzione delgi interlocutori, puntando di più sulla comunicazione e non sulla bontà  degli strumenti che dovrebbe essere scontata.
      Un saluto.
      Vito Madaio
      http://www.tenstep.it

    4. Mario Massarotti dice:

      Assolutamente d’accordo con la brillante osservazione di Vito. Il tecnico deve essere consapevole di intrattenere rapporti con persone inesperte che dalla loro posizione hanno tutto il potere di decidere. Per questa ragione, ottenere un sì significa aver sviluppato al meglio un processo di vendita vero e proprio che prima ancora di convincere sulle funzionalità  tecniche e tecnologiche del prodotto dovrebbero mettere a nudo il bisogno dell’interlocutore di risolvere i problemi che gli sono più noti. Meglio ancora se la proposta riesce a penetrare da un punto di vista emozionale. Talvolta un buon atteggiamento e l’interesse sincero verso il prossimo sono la carta vincente perchè il cliente “acquisti” la persona e poi la soluzione/prodotto.

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