• Il Made in Italy delle Pmi straniere

    Il Made in Italy delle Pmi straniereNegli ultimi anni la presenza di stranieri residenti in Italia è aumentata a ritmi sostenuti, soprattutto per effetto di due specifici provvedimenti: la Legge 30 luglio 2002 n.189 e la Legge 9 ottobre 2002 n.222.

    Tuttavia solo a partire dagli anni ’90 il lavoro autonomo e l’attività  svolta in forma di piccola impresa degli immigrati ha cominciato ad assumere una crescente importanza.

    Il fenomeno ha assunto oggi un carattere strutturale che ha prodotto tra l’altro il “passaggio di testimone” in settori di attività  gradualmente abbandonati dagli imprenditori italiani, e che contribuisce in termini economici alla formazione di 1/10 del PIL nazionale.

    Un’opportunità  di cambiamento per l’economia italiana, non sempre vissuta in un’ottica corretta e magari indirizzata a dare riconoscimento adeguato alla rivitalizzazione di settori produttivi in crisi per via di una concorrenza, ironia della sorte, sempre più globalizzata ma percepita in maggiore misura nella dimensione locale.

    Tra i motivi che spingono a mettersi in proprio, emergono la volontà  di valorizzare le proprie risorse personali soprattutto da parte di chi è dotato di un livello d’istruzione medio-alto o ha acquisito esperienza professionale svolgendo un lavoro dipendente al momento dell´ingresso in Italia.
    Ma probabilmente il più incisivo è il convincimento di poter raggiungere, organizzandosi in forma di Pmi, microimprese ed imprese artigiane, condizioni economiche più soddisfacenti rispetto allo svolgimento di un lavoro salariato, magari sfruttando efficacemente il sostegno della comunità  di appartenenza.

    Secondo il rapporto 2008 della Fondazione Ethnoland i 165mila immigrati titolari di impresa sono attivi prevalentemente nel settore edile, tessile, dell’abbigliamento e calzaturiero e nelle attività  commerciali e dei servizi, dando lavoro a circa mezzo milione di persone.

    Le istituzioni pubbliche, anche con progetti mirati ad una maggiore integrazione nel contesto economico, hanno iniziato ad interessarsi del fenomeno, cercando di interpretare le esigenze di questi nuovi imprenditori, sostanzialmente simili a quelle delle Pmi guidate da italiani, ma probabilmente amplificate dalla diversa nazionalità . In particolare, accesso al credito e difficoltà  burocratiche per l’avvio e la gestione delle imprese.

    Cambiano insomma le voci del coro ma su certi temi la musica è sempre la stessa.

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    Commenti

    1. Fabrizio Scatena dice:

      E’ chiaro Paolo che un Paese costituito da un tessuto socio economico di Pmi, deve trovare le metodiche per favorire l’integrazione degli stranieri.

      Sono risorsa quando messi nelle condizioni di lavoarare in modo ottimale, soprattutto dal punto di vista legislativo e della formazione.

    2. Paolo Sebaste dice:

      L’impressione ricavata dall’esperienza mi induce a ritenere che il nostro paese,nonostante alcuni sforzi prodotti recentemente, non si sia attrezzato nei tempi giusti per cogliere la evoluzione in attività  imprenditoriali, da parte dei cittadini stranieri.

      La globalizzazione, una volta arrivata nel nostro paese, ci ha trovato impreparati; forse perchè eravamo convinti (magari qualcuno lo è tuttora)
      che si parlasse di qualcosa di estraneo e distante dalla nostra realtà  sociale oltre che imprenditoriale.
      Qualche giorno fa l’ICE ha pubblicato un rapporto in cui, alla luce della crisi attuale, consiglia alle imprese italiane di investire proprio nei paesi dell’area mediterranea (l’Africa in particolare). Magari qualcuno
      riuscisse ad intravedere possibilità  di “collaborazione” e sinergia con imprenditori
      stranieri operanti in Italia e provenienti proprio da questi paesi.

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