• Buoni pasto in azienda: ROI garantito, anche per microimprese

    buoni.jpgNegli ultimi anni si è consolidata la tendenza, da parte delle aziende, a fornire ai propri dipendenti dei ticket per il pranzo in sostituzione del servizio di mensa.

    I buoni pasto possono ormai essere considerati al pari dei soldi contanti: essendo fruibili presso varie tipologie di esercizi commerciali esterni, rappresentano dunque un vero e proprio salario aggiuntivo, anche se con diverso trattamento fiscale rispetto alle tradizionali voci in busta paga.

    Il segreto del loro successo, perciò, è probabilmente da attribuire ai notevoli vantaggi, avvertiti da tutte le parti in gioco: dipendenti, esercenti e persino le aziende stesse.

    Per quanto riguarda il datore di lavoro, in particolare, analizziamo le tre alternative possibili:

    • acquistare i ticket da società  terze da fornire al proprio personale;
    • dare ai dipendenti dei soldi in più in busta paga;
    • mettere a disposizione un servizio mensa.

    La prima scelta porta le aziende a risparmiare fino all䚤%, poiché il buono pasto viene catalogato dalla normativa come un servizio sostitutivo a quello mensa, quindi è esente per legge da tassazioni, nonchè contributi, rate di tredicesima, quattordicesima, ferie e TFR. Il tutto fino ad un prezzo di 5,29 euro (valore classico di un buono).

    Quindi non solo i 5,29 euro dati al dipendenti risultano essere la spesa effettiva che un’impresa affronta – che in caso di convenzioni possono anche essere meno – ma per le aziende esiste anche il vantaggio in più: i buoni possono essere detratti.

    Questo a fronte delle agevolazioni scattate dal 1° settembre per mezzo dell’articolo 83, comma 28 bis del decreto legge 112/2008 sugli oneri per la somministrazione di alimenti e bevande ai dipendenti di imprese e professionisti.

    Scegliendo la seconda alternativa, l’azienda si troverebbe per ogni 5,29 euro dato al dipendente a spendere in realtà  9,98 euro.

    Il servizio mensa invece presenta alcuni fattori sconvenienti non rientrando nel campo di applicazione del limite di deducibilità  di 5,29 euro, ed è quindi soggetta agli oneri previdenziali e fiscali, entrando a far parte a pieno titolo nella retribuzione totale erogata al dipendente. Dunque viene applicata l´IVA del 4% sul valore della prestazione delle mense (sia interne che esterne appaltate dall´azienda).

    Una piccola impresa non ha sempre il “dovere” di fornire buoni pasto ai dipendenti, ma i benefici in termini fiscali (oltre che di consolidamento del rapporto con il proprio team) non sono da sottovalutare.
    Il consiglio è di chiedere al proprio commercialista un consiglio pratico, che risponda al profilo della propria azienda.

    Anche dal punto di vista dei dipendenti i vantaggi nell’adozione dei buoni pasto sono molteplici. Vediamo le due alternative per i lavoratori dipendenti:

    • chiedere al datore di lavoro un’indennità  di mensa in busta paga;
    • chiedere il rilascio di buoni pasto.

    Anche in questo caso, la seconda scelta comporta dei vantaggi fiscali essendo esenti da trattenute fino a 5,29 euro consentono un potere di spesa maggiore del 40% (valore che verrebbe pagato al fisco scegliendo la prima strada).
    Inoltre la loro odierna diffusione ha fatto sì che attualmente possano essere utilizzati e convertiti in beni di consumo presso molti esercii commerciali, che a loro volta sono avvantaggiati dall’accoglierli attirando così sempre più clienti.

    A chiudere il ciclo del vantaggio economico è la società  che emette i tiket e li vende alle imprese: per incentivare anche quelle di piccole dimensioni, sono in netto aumento le formule premio tanto per le aziende che per i dipendenti, che mirano a consolidare questo circolo virtuoso premiando tutti gli attori della catena.

    Un business? Anche, ma non solo: i buoni pasto contribuiscono al benessere del lavoratore che ovviamente si ripercuote positivamente sulle attività  lavorative e sulla produttività  dell’impresa.

    Un servizio, quello dei buoni pasto, che sembra dunque far felici tutti. Basta tener d’occhio l’eventuale perdita del loro valore d´acquisto: il limite indicato per legge perché i buoni pasto siano esenti da tasse rimane fermo a 5,29 euro, un valore limite con cui al giorno d’oggi non è semplice da mantenere.

    Non a caso, le associazioni di categoria stanno chiedendo da tempo che venga innalzata la quota defiscalizzata dei buoni pasto, prendendo ad esempio paesi europei come il Portogallo (6,70 euro), la Francia (7,00 euro) o la Spagna (ben 9,00 euro).

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    Commenti

    1. Andrea Bosco dice:

      A proposito della necessità  di innalzare la quota defiscalizzata sui buoni pasto, vi segnalo la campagna on line “Buoni da 5 euro? Non ci stiamo più.” Tutti gli utenti sono invitati pubblicare un commento su blog.buonopasto.it (http://blog.buonopasto.it/2009/03/27/buoni-pasto-a-5-euro-non-ci-stiamo-piu/) per chiedere un buono pasto di livello europeo.
      L´iniziativa è promossa da Day, una delle principali aziende del settore, ma si rivolge agli utenti di qualunque tipo di buono.

      Oltre che sul blog, la campagna è attiva anche su Facebook. Qui si è già  formato spontaneamente il gruppo “Adeguare i buoni pasto agli standard europei” che in pochi giorni ha raggiunto già  centinaia di iscritti, mentre su blog.buonopasto.it si leggono decine di commenti. Questo è solo l´inizio: più attivamente parteciperà  il “popolo del web”, più spazio avranno le sue richieste.

    2. antonio dice:

      p ossibile che nella busta paga ce la voce mensa a 0,01£ posso avere una risposta grazie

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